Maradona, l’efedrina e il processo senza sentenza che cambiò il Mondiale americano

La scena dura pochi secondi, ma contiene già tutto: il campione, l’America, l’euforia e il presentimento della caduta.

È il 25 giugno 1994. L’Argentina ha appena battuto la Nigeria per 2-1 al Foxboro Stadium, vicino Boston. Diego Armando Maradona ha giocato ancora una volta da padrone del tempo: non corre più come un ragazzo, ma continua a decidere dove debba andare il pallone. Quando la partita finisce, una giovane infermiera americana vestita di bianco entra in campo, gli prende la mano e lo accompagna verso il controllo antidoping.

Maradona sorride. Scherza. Saluta le telecamere. Non sa che quella donna non lo sta conducendo soltanto negli spogliatoi. Lo sta accompagnando fuori dal Mondiale, fuori dalla nazionale argentina e dentro uno dei procedimenti più controversi della storia del diritto sportivo.

Cinque giorni dopo, il mondo apprende che nel campione biologico del capitano argentino sono state individuate efedrina e altre sostanze chimicamente correlate. L’Associazione del calcio argentino lo ritira dalla competizione. La FIFA gli infliggerà successivamente quindici mesi di sospensione e una sanzione pecuniaria. Per Maradona, USA ’94 finisce dopo appena due partite.

Davanti alle telecamere pronuncia la frase che diventerà la sua sentenza contro il sistema:

«Mi hanno tagliato le gambe».

Per trent’anni quella frase è rimasta sospesa tra due letture inconciliabili. Per alcuni fu l’ennesima autoassoluzione di un campione incapace di riconoscere i propri errori. Per altri fu la denuncia di un’esecuzione politica preparata dalla FIFA per eliminare un personaggio scomodo dal Mondiale che doveva consacrare il calcio nel mercato statunitense.

Il diritto, però, non dovrebbe scegliere tra l’agiografia e il pregiudizio. Dovrebbe partire dai fatti, esaminare le regole e confrontare i precedenti.

E un precedente esisteva.

Otto anni prima, durante il Mondiale del 1986, un calciatore della nazionale spagnola era risultato positivo alla stessa sostanza: l’efedrina. Si chiamava Ramón María Calderé. Non fu allontanato dal torneo. Continuò a giocare e pochi giorni dopo segnò due reti contro l’Algeria.

Da qui nasce la domanda che la FIFA non ha mai realmente cancellato:

Maradona fu giudicato secondo diritto oppure fu trasformato nel capro espiatorio perfetto del Mondiale americano?

Il positivo dimenticato del 1986

Ramón María Calderé arrivò al Mondiale messicano in condizioni fisiche precarie. Durante la preparazione era stato ricoverato con febbre alta e problemi gastrointestinali. Le cronache dell’epoca parlarono di salmonellosi; successivamente, il giocatore fu colpito anche da una forte bronchite. Il medico della nazionale spagnola gli somministrò un preparato per la tosse, indicato dalle fonti come Bisolvón Compositum, contenente efedrina.

Dopo la partita tra Spagna e Irlanda del Nord, Calderé venne sorteggiato per il controllo antidoping. Il giocatore risultò positivo.

Il dato materiale era chiaro: nel suo organismo era presente una sostanza proibita.

Eppure Calderé non venne escluso dal Mondiale. La sospensione personale fu accantonata perché l’assunzione era avvenuta nell’ambito di un trattamento medico conosciuto dalla struttura sanitaria della nazionale e, secondo alcune ricostruzioni, prescritto o comunque avallato anche da un medico collegato all’organizzazione. La federazione spagnola avrebbe subìto soltanto una conseguenza economica per irregolarità nella comunicazione o nella tempistica di somministrazione.

Il centrocampista rimase quindi a disposizione della Spagna. Contro l’Algeria segnò due gol e contribuì alla qualificazione agli ottavi.

Giuridicamente, il caso non può essere descritto con superficialità come quello di un atleta colpevole al quale venne concessa una squalifica più breve. Le fonti più attendibili indicano qualcosa di diverso: Calderé risultò positivo, ma la sua responsabilità personale venne esclusa o comunque neutralizzata dalla documentata finalità terapeutica dell’assunzione.

È una distinzione importante.

Ma non è sufficiente per chiudere il confronto.

La decisione completa della FIFA non risulta facilmente accessibile negli archivi pubblici. Non conosciamo con precisione la concentrazione rilevata, la norma applicata, il contenuto della comunicazione medica, l’eventuale esistenza di una formale autorizzazione preventiva né il ragionamento integrale seguito dall’organo disciplinare.

Sappiamo che Calderé fu trovato positivo. Sappiamo che il farmaco conteneva efedrina. Sappiamo che continuò il Mondiale. Sappiamo che la sua giustificazione medica venne considerata sufficiente.

Manca, tuttavia, ciò che in un sistema disciplinare moderno dovrebbe rappresentare il cuore del procedimento: una decisione pubblica, motivata e verificabile.

Maradona non assumeva cocaina

La prima deformazione storica da eliminare riguarda la sostanza.

Maradona non fu escluso da USA ’94 perché trovato positivo alla cocaina. Quella era stata la vicenda del 1991, quando il giocatore militava nel Napoli e ricevette una prima sospensione di quindici mesi.

Nel 1994 furono riscontrati efedrina e composti collegati: efedrina, norefedrina, pseudoefedrina, norpseudoefedrina e metilefedrina. La FIFA parlò di una combinazione di sostanze stimolanti. La difesa sostenne invece che non si trattasse di cinque differenti prodotti dopanti, ma in parte di sostanze generate dalla metabolizzazione dell’efedrina presente nell’integratore assunto dal calciatore. Un esperto britannico interpellato dalla difesa affermò che il prodotto conteneva direttamente due dei composti e che gli altri potevano derivare dalla trasformazione chimica avvenuta nell’organismo.

La presenza della sostanza non fu seriamente contestata.

Il vero terreno dello scontro era un altro: come era entrata l’efedrina nel corpo di Maradona?

Ed è qui che la vicenda assume una dimensione quasi assurda.

Due nomi quasi uguali e una differenza decisiva

Maradona era arrivato negli Stati Uniti dopo una preparazione estrema. Aveva perso molti chili, recuperato una condizione atletica sorprendente e riconquistato la nazionale dopo anni difficili. Durante quel percorso gli sarebbe stato somministrato un integratore denominato Ripped Fast, utilizzato per favorire il dimagrimento e sostenere il lavoro fisico.

Secondo la ricostruzione difensiva, quel prodotto non conteneva efedrina.

Durante il Mondiale la scorta terminò. Il preparatore personale Daniel Cerrini cercò un prodotto sostitutivo negli Stati Uniti e acquistò il Ripped Fuel, fabbricato da Twinlab. Il nome era simile, la finalità commerciale apparentemente analoga, la confezione riconducibile allo stesso universo di supplementi per il controllo del peso e l’energia.

Ma la composizione non era la stessa.

Il prodotto acquistato negli Stati Uniti riportava in etichetta la presenza di sostanze riconducibili all’efedra, fonte naturale di alcaloidi dell’efedrina. Il Washington Post riferì che l’etichetta del Ripped Fuel dichiarava espressamente il contenuto della sostanza proibita.

È questo il punto che rende il caso diverso da una normale assunzione consapevole di uno stimolante.

Maradona sosteneva di aver assunto, durante la preparazione precedente, un prodotto privo di efedrina. Una volta negli Stati Uniti, il collaboratore che gestiva la sua integrazione avrebbe acquistato un prodotto dal nome quasi sovrapponibile ma caratterizzato da una formulazione diversa e incompatibile con le regole FIFA.

Nella narrazione autobiografica di Maradona, la vicenda venne spesso sintetizzata dicendo che la versione americana del prodotto conteneva efedrina, mentre quella utilizzata abitualmente in Argentina non la conteneva. Questa formula è entrata nella memoria collettiva: lo stesso integratore, innocuo fuori dagli Stati Uniti e proibito nella versione americana.

La ricostruzione più accurata impone però una precisazione. Le fonti contemporanee parlano soprattutto di due prodotti distinti, Ripped Fast e Ripped Fuel, non necessariamente di due formulazioni nazionali dello stesso identico articolo. Anche una ricostruzione recente di El País conferma che Maradona assumeva il Ripped Fast, privo di efedrina, e che negli Stati Uniti Cerrini acquistò il Ripped Fuel, che invece la conteneva.

La sostanza del problema, tuttavia, non cambia.

Cambia il nome commerciale, ma resta intatta la questione giuridica: Maradona ricevette negli Stati Uniti un prodotto differente da quello al quale era abituato, reperibile liberamente sul mercato americano e contenente una sostanza che nel prodotto precedentemente utilizzato non era presente.

Non fu dunque il calciatore, secondo la difesa, a scegliere di introdurre l’efedrina nella propria preparazione. Fu una sostituzione effettuata dal suo collaboratore, in un mercato diverso, tra prodotti dai nomi ingannevolmente simili.

Questo elemento non rendeva automaticamente lecito il risultato analitico.

Ma avrebbe dovuto incidere in modo determinante sulla valutazione della colpa.

La responsabilità dell’atleta e quella della sua organizzazione

Il diritto antidoping si fonda da tempo su un principio severo: l’atleta è responsabile delle sostanze presenti nel proprio organismo.

Non occorre necessariamente provare che abbia voluto doparsi. È sufficiente, in linea generale, dimostrare la presenza della sostanza proibita. L’intenzione, l’errore, la negligenza o l’inganno incidono soprattutto sulla sanzione.

Nel 1994 il sistema non aveva ancora la struttura organica che sarebbe stata introdotta dopo la nascita della WADA, ma il principio sostanziale era già riconoscibile. Maradona non poteva semplicemente dire: «Non sapevo cosa mi stavano dando», e pretendere che il procedimento terminasse.

Un campione del mondo, assistito da medici, preparatori e dirigenti federali, aveva il dovere di controllare ciò che assumeva.

Ma la responsabilità individuale non dovrebbe cancellare quella dell’organizzazione.

Maradona non era un atleta isolato che aveva acquistato autonomamente una pillola in un negozio. Era il capitano della nazionale argentina, inserito in una delegazione ufficiale, sottoposto a controlli medici e circondato da professionisti. Il prodotto gli sarebbe stato consegnato dal preparatore personale con il quale aveva svolto la preparazione autorizzata o, quantomeno, tollerata dalla federazione.

Se il Ripped Fuel esponeva chiaramente in etichetta la presenza di efedra, l’errore di Cerrini appare grave.

Ma altrettanto grave appare l’assenza di un controllo da parte della struttura sanitaria argentina.

L’intera organizzazione conosceva la fragilità clinica, disciplinare e mediatica del proprio capitano. Sapeva che Maradona proveniva da una precedente squalifica. Sapeva che ogni sostanza assunta avrebbe dovuto essere verificata con un livello di attenzione superiore alla norma.

Eppure un integratore acquistato negli Stati Uniti, diverso da quello utilizzato durante la preparazione, sarebbe arrivato al giocatore senza che nessuno leggesse o valutasse adeguatamente la composizione.

Sul piano manageriale, fu un fallimento della catena di controllo.

Sul piano disciplinare, tuttavia, quasi tutto il peso cadde sul calciatore.

Calderé e Maradona erano davvero casi diversi?

Sì, ma non abbastanza da rendere inutile il confronto.

Calderé aveva assunto un farmaco per curare una bronchite. Maradona un integratore destinato al dimagrimento e al sostegno della preparazione atletica.

Calderé era stato trattato dal medico della nazionale. Maradona dal proprio preparatore personale.

Nel caso spagnolo l’assunzione risulta essere stata comunicata o comunque conosciuta dalla struttura sanitaria. Nel caso argentino non risulta una preventiva dichiarazione alla FIFA.

Queste differenze forniscono una base giuridica per arrivare a conclusioni diverse.

Il caso Calderé poteva essere inquadrato come assunzione terapeutica documentata. Il caso Maradona come assunzione non dichiarata di una sostanza proibita contenuta in un prodotto destinato anche ad aumentare energia e favorire il dimagrimento.

Ma il confronto non riguarda soltanto l’accertamento della violazione.

Riguarda soprattutto la misura della risposta disciplinare.

Calderé non perse neppure una partita. Maradona perse il Mondiale, la nazionale e quindici mesi di attività.

Tra i due esiti esiste un abisso.

Per giustificarlo non sarebbe bastato affermare che uno aveva una prescrizione e l’altro no. Sarebbe stato necessario esaminare analiticamente il grado di colpa di Maradona, il ruolo del preparatore, l’affidamento determinato dal prodotto precedentemente utilizzato, la somiglianza delle denominazioni commerciali, il diverso mercato di acquisto e l’effettiva finalità dell’assunzione.

Soprattutto, sarebbe stato necessario spiegare perché l’errore di un componente dello staff non potesse comportare una significativa riduzione della pena.

Il problema delle quantità

Esiste poi una lacuna documentale che impedisce qualsiasi verdetto definitivo.

Le fonti pubblicamente accessibili non permettono di confrontare in modo attendibile le concentrazioni di efedrina rilevate nei campioni di Calderé e Maradona.

Non sappiamo se fossero analoghe.

Non sappiamo se Maradona avesse una concentrazione molto più elevata.

Non sappiamo neppure, sulla base della documentazione pubblica reperibile, quale fosse il livello che la FIFA considerava sufficiente nel 1986 e nel 1994 per distinguere una normale assunzione terapeutica da un uso rilevante sul piano prestativo.

Senza questi dati, due affermazioni opposte risultano entrambe scorrette.

Non si può sostenere che Maradona e Calderé avessero assunto «la stessa quantità» e che quindi dovessero ricevere la stessa risposta.

Ma non si può neppure sostenere che il caso argentino fosse quantitativamente molto più grave.

L’assenza dei dati non assolve Maradona. Ma impedisce alla FIFA di essere assolta storicamente attraverso un confronto tecnico che non può essere svolto.

Una difesa rimasta senza spazio

La linea difensiva di Maradona non negava la positività. Sosteneva che l’assunzione fosse stata involontaria e provocata dalla sostituzione dell’integratore.

Era una difesa giuridicamente rilevante.

Il prodotto era acquistabile legalmente negli Stati Uniti. L’efedra era allora diffusa negli integratori dimagranti e stimolanti commercializzati sul mercato americano; soltanto anni dopo le autorità statunitensi ne avrebbero vietato la vendita negli integratori alimentari a causa dei rischi sanitari.

Il fatto che un prodotto fosse liberamente venduto non lo rendeva compatibile con le norme sportive. Un atleta non può trasformare la liceità commerciale in liceità antidoping.

Ma la libera disponibilità del prodotto, il diverso contesto regolatorio statunitense e la sostituzione compiuta da un collaboratore erano elementi capaci di incidere sulla colpevolezza.

L’efedrina non era stata, secondo la ricostruzione, cercata clandestinamente.

Era entrata nella preparazione attraverso un integratore da banco, acquistato nel Paese ospitante, in sostituzione di un prodotto privo di quella sostanza.

Maradona non avrebbe scelto la molecola. Avrebbe continuato ad assumere ciò che credeva fosse la prosecuzione del programma precedente.

Questa non è necessariamente innocenza.

È però una forma di responsabilità molto diversa dall’assunzione deliberata di uno stimolante proibito.

La FIFA aveva bisogno di essere inflessibile

USA ’94 non era un Mondiale qualsiasi.

La FIFA aveva portato la propria competizione più importante nel maggiore mercato commerciale e televisivo del pianeta, in un Paese nel quale il calcio non occupava ancora una posizione centrale. Il torneo doveva dimostrare che il football poteva diventare anche un grande prodotto americano.

João Havelange aveva costruito la crescita della FIFA attraverso l’espansione globale, le sponsorizzazioni e la valorizzazione televisiva delle competizioni. Il Mondiale statunitense rappresentava uno snodo strategico di quel progetto.

Maradona era contemporaneamente la più grande risorsa mediatica e il più grande rischio reputazionale.

Era l’uomo che aveva riportato il pubblico verso l’Argentina, il campione capace di trasformare ogni partita in un evento mondiale. Ma era anche un atleta già squalificato per cocaina, con un passato ingombrante e un rapporto apertamente conflittuale con il potere calcistico.

Non esiste una prova documentale che Havelange o la FIFA abbiano ordinato di eliminarlo.

Il controllo fu effettuato. La sostanza fu rilevata. Il prodotto conteneva efedrina.

La teoria del complotto, intesa come manipolazione del campione o costruzione artificiosa della positività, non è sostenuta dalle prove disponibili.

Esiste, però, una questione più sottile.

Una volta emersa la positività, la FIFA poteva permettersi di apparire indulgente proprio con Maradona?

Probabilmente no.

Nel Mondiale destinato a presentare il calcio come un prodotto moderno, credibile e adatto al mercato statunitense, l’organizzazione aveva bisogno di mostrare fermezza. Il fatto che il calciatore coinvolto fosse il più famoso del mondo rendeva ogni scelta moderata politicamente esplosiva.

Maradona non doveva soltanto essere giudicato.

Doveva dimostrare che nessuno era più grande della FIFA.

Questa resta una valutazione interpretativa, non un fatto provato. Ma è una chiave istituzionale più credibile della teoria di un complotto preparato a tavolino.

La FIFA non aveva bisogno di inventare il caso.

Le bastava utilizzare con il massimo rigore quello che si era già verificato.

Il ruolo dell’Argentina

La decisione più immediata non fu presa formalmente da un tribunale internazionale.

Fu l’Associazione del calcio argentino a ritirare Maradona dal torneo dopo la comunicazione della positività. La FIFA applicò successivamente la sospensione di quindici mesi.

Questa distinzione è fondamentale.

Maradona non fu semplicemente prelevato dalla FIFA e cacciato dal Mondiale. Fu la sua federazione a rinunciare a schierarlo, probabilmente nel tentativo di contenere il danno istituzionale e negoziare le conseguenze.

Julio Grondona era presidente dell’AFA e, contemporaneamente, un uomo centrale negli equilibri della FIFA. In Argentina quella doppia appartenenza alimentò il sospetto che avesse sacrificato il capitano per proteggere la federazione e la propria posizione internazionale.

Anche in questo caso manca la prova di un accordo politico.

Ma è documentato che la dirigenza argentina non portò fino in fondo ogni possibile contestazione procedurale. Una delle ricostruzioni riferisce che, durante il controesame, il contenitore del campione presentava una lista con le sostanze già individuate e che la difesa argentina avrebbe valutato di sollevare un vizio formale. Grondona avrebbe escluso una battaglia su quel punto.

Non sappiamo se l’eccezione avrebbe avuto successo.

Sappiamo che non venne perseguita fino alle estreme conseguenze.

Maradona fu quindi giudicato anche attraverso le decisioni della propria organizzazione, che scelse la gestione del rischio istituzionale invece dello scontro frontale.

Una sanzione uguale a quella per cocaina

Nel 1991 Maradona era stato sospeso per quindici mesi dopo la positività alla cocaina.

Nel 1994 ricevette ancora quindici mesi, questa volta per l’efedrina contenuta in un integratore.

La coincidenza è impressionante.

Le due vicende erano profondamente differenti. Nel primo caso vi era una sostanza stupefacente legata anche alla condizione personale del calciatore. Nel secondo una sostanza stimolante presente in un prodotto commerciale somministrato nell’ambito della preparazione fisica.

Eppure la durata fu la stessa.

La stampa britannica dell’epoca sottolineò che la nuova sospensione replicava quella precedente e la presentò come una linea particolarmente severa della FIFA nei confronti di una seconda violazione.

La recidiva poteva certamente pesare.

Ma una recidiva non dovrebbe eliminare l’analisi del fatto concreto.

Il precedente per cocaina non dimostrava che Maradona avesse cercato intenzionalmente l’efedrina. Poteva giustificare maggiore prudenza e una sanzione più elevata. Non poteva sostituire l’accertamento della colpa.

La percezione è che la storia personale del giocatore abbia finito per entrare nel procedimento insieme al campione biologico.

Non venne giudicata soltanto l’urina di Foxborough.

Venne giudicato tutto Maradona.

Oggi sarebbe necessariamente squalificato?

Nel sistema attuale, la sola presenza di efedrina non sarebbe sufficiente.

La Lista WADA stabilisce una soglia: l’efedrina è proibita in competizione quando la concentrazione urinaria supera 10 microgrammi per millilitro. Senza conoscere il dato quantitativo del 1994 non possiamo sapere se il campione di Maradona configurerebbe oggi una violazione.

Se il valore fosse inferiore alla soglia, il caso non avrebbe conseguenze per la sola efedrina.

Se fosse superiore, si aprirebbe un procedimento nel quale l’atleta dovrebbe dimostrare l’origine della sostanza, il prodotto assunto, la modalità di somministrazione, il ruolo dei collaboratori e l’assenza di intenzionalità.

Il principio di responsabilità oggettiva continuerebbe a operare. Maradona non verrebbe automaticamente assolto perché ingannato dal nome del prodotto o perché il preparatore aveva commesso un errore.

Ma il grado di colpa assumerebbe un peso decisivo.

La confezione del Ripped Fuel, il diverso prodotto usato in precedenza, le ricevute di acquisto, le dichiarazioni del preparatore, le analisi sulle compresse residue e la documentazione medica diventerebbero elementi centrali per determinare la sanzione.

Un sistema moderno dovrebbe inoltre garantire l’accesso alla documentazione di laboratorio, l’esame del campione B, un’udienza davanti a un organo indipendente e la possibilità di ricorrere al Tribunale Arbitrale dello Sport.

Nel 1994 il procedimento si consumò invece durante il Mondiale, sotto una pressione mediatica gigantesca e all’interno di una struttura nella quale l’organo organizzatore, l’autorità politica e il giudice disciplinare appartenevano allo stesso ecosistema istituzionale.

Il verdetto

Il confronto con Calderé non dimostra che Maradona dovesse essere automaticamente assolto.

I due casi presentavano differenze rilevanti.

Calderé assumeva un medicinale per una patologia documentata, sotto il controllo della struttura medica della nazionale. Maradona assumeva un integratore per il dimagrimento e la preparazione fisica, somministrato dal proprio collaboratore e non preventivamente dichiarato.

La FIFA aveva quindi una base oggettiva per trattare le due vicende in maniera diversa.

Ma la questione non termina qui.

Maradona non risulta aver cercato deliberatamente l’efedrina. La sostanza sarebbe entrata nel suo organismo attraverso un prodotto acquistato negli Stati Uniti dopo l’esaurimento dell’integratore precedentemente utilizzato, privo di quel componente. I due nomi, Ripped Fast e Ripped Fuel, erano quasi intercambiabili per chi non avesse verificato con attenzione l’etichetta. Il secondo, commercializzato nel mercato americano, conteneva invece efedra e quindi esponeva l’atleta alla positività.

Fu un errore grave.

Ma fu principalmente l’errore del preparatore e della catena sanitaria che avrebbe dovuto controllarlo.

La responsabilità di Maradona poteva essere affermata sulla base del principio secondo cui l’atleta risponde di ciò che assume. Ciò che resta discutibile è la proporzione della sanzione, l’assenza di una motivazione integralmente accessibile, la scarsa considerazione pubblica delle circostanze attenuanti e la rapidità con cui la federazione argentina rinunciò a difendere il proprio capitano nel torneo.

Non esistono prove sufficienti per affermare che la FIFA abbia costruito il caso per eliminare Maradona.

Esistono però elementi per sostenere che, una volta verificatosi l’errore, il sistema avesse tutto l’interesse a trasformarlo in una dimostrazione di forza.

Il Mondiale americano doveva certificare la modernità del calcio.

Maradona rappresentava il passato geniale, anarchico, incontrollabile.

La positività era reale. La responsabilità non poteva essere cancellata. Ma la pena assunse il valore di un messaggio politico: nemmeno il più grande calciatore del mondo poteva sottrarsi all’autorità della FIFA.

Per questo la frase «mi hanno tagliato le gambe» non può essere liquidata soltanto come il lamento di un colpevole.

Maradona aveva assunto una sostanza proibita.

Ma l’aveva assunta perché negli Stati Uniti gli era stato consegnato un prodotto diverso da quello impiegato durante la preparazione, simile nel nome e radicalmente differente nella composizione. Non fu una sofisticata strategia di doping. Fu un fallimento organizzativo, medico e professionale che il sistema attribuì quasi interamente all’atleta.

La diversa sorte rispetto a Calderé possiede dunque una spiegazione giuridica.

Non possiede, almeno sulla base dei documenti oggi accessibili, una giustificazione disciplinare completamente trasparente e incontestabile.

Maradona non fu condannato senza prove.

Fu condannato senza che il mondo potesse leggere fino in fondo il ragionamento del giudice.

Ed è forse questa, più della squalifica, la vera irregolarità storica del processo di USA ’94.