2006, l’ultima estate della nostra giovinezza
Ci sono vittorie che riempiono una bacheca e vittorie che finiscono per misurare un’epoca. Quella dell’Italia a Berlino, il 9 luglio 2006, appartiene alla seconda categoria. Sono passati vent’anni dall’ultimo Mondiale conquistato dagli azzurri e quella notte continua a resistere come uno spartiacque generazionale. Non soltanto perché da allora l’Italia non è più riuscita a salire sul tetto del mondo, ma perché quella Coppa arrivò nell’istante esatto in cui una generazione stava smettendo di essere giovane senza ancora rendersene conto.Eravamo figli di un Paese che sapeva ancora fermarsi davanti a un pallone. Le piazze erano il nostro social network; i clacson prendevano il posto degli hashtag e gli abbracci non avevano bisogno di essere fotografati. Senza essersi dati appuntamento, milioni di persone uscirono di casa nello stesso momento. Bastava uno sguardo per capire che si stava vivendo qualcosa destinato a rimanere.
L’Italia di Marcello Lippi non era la squadra più spettacolare del torneo, ma forse la più adulta. Dentro c’erano il rigore morale di Fabio Cannavaro, la fantasia silenziosa di Andrea Pirlo, la rabbia agonistica di Gennaro Gattuso, la classe di Francesco Totti e l’affidabilità monumentale di Gianluigi Buffon. Aveva imparato a soffrire, quella Nazionale, e proprio per questo trasmetteva una sensazione quasi dimenticata: quella di un gruppo capace di essere più forte dei singoli.
Il rigore di Fabio Grosso non chiuse soltanto una finale mondiale. Fu la fine di un’età della vita.
Per molti di noi il 2006 coincideva con la laurea appena conquistata o ormai vicina, con i primi colloqui di lavoro, con il passaggio dalle giornate scandite dagli esami a quelle governate dagli orari d’ufficio. Le responsabilità bussavano alla porta, ma non avevano ancora il volto della fatica. Ci sentivamo adulti e, allo stesso tempo, conservavamo il privilegio di vivere con la leggerezza dei ragazzi.
Anche il mondo sembrava muoversi con un’altra velocità. Non erano ancora gli smartphone a trasformare ogni momento in contenuto. Facebook era appena nato e quasi nessuno immaginava quanto avrebbe cambiato il modo di raccontarsi. Si viveva prima di raccontare.
L’estate aveva una colonna sonora comune. Alla radio passavano gli Zero Assoluto, Shakira, Bob Sinclar, Nelly Furtado, i Negramaro, Tiziano Ferro. Il Festivalbar era il rito collettivo delle vacanze. Bastano poche note di quei brani per ritrovarsi davanti a un chiosco sul mare, dentro una Fiat con i finestrini abbassati o in una piazza invasa dalle bandiere tricolori.
Erano gli anni dei Nokia indistruttibili e degli SMS scritti con attenzione, di MSN Messenger aperto fino a notte fonda, dei CD masterizzati e delle partite viste insieme perché lo schermo del salotto era ancora il centro della casa. Dettagli semplici, ma capaci di costruire una memoria condivisa.
Poi il tempo ha accelerato.
Sono arrivati la connessione permanente, le notifiche, il lavoro che invade la vita privata, il calcio trasformato in industria globale. Sono cambiate le abitudini, il linguaggio, perfino il modo di tifare. E, quasi senza accorgercene, siamo cambiati anche noi.
Per questo il Mondiale del 2006 continua a emozionare più di qualsiasi altra vittoria sportiva. Non rappresenta soltanto il momento più alto della Nazionale italiana nell’ultimo ventennio, ma l’ultima fotografia di noi stessi prima che la vita cambiasse prospettiva.
Quando rivediamo Cannavaro alzare la Coppa del Mondo o Fabio Grosso correre verso la curva dopo il rigore decisivo, non stiamo inseguendo soltanto un ricordo calcistico. Stiamo cercando un pezzo della nostra identità: gli amici di allora, i nostri genitori più giovani, noi stessi con meno rughe e più certezze.
Forse è per questo che, vent’anni dopo, continuiamo a definire quella come l’ultima grande estate italiana: perché in un unico istante riuscì a fondere la felicità di un Paese e quella di una generazione.
L’Italia, da allora, non ha più vinto un Mondiale. Noi, da allora, abbiamo vinto e perso molto di più. Eppure, ogni volta che riascoltiamo la voce di Fabio Caressa gridare «Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!», per un attimo il tempo smette di correre.
Ed è in quell’attimo che comprendiamo una verità semplice: il 2006 non è stato soltanto l’anno dell’ultimo Mondiale vinto dall’Italia. È stato l’ultimo anno in cui, senza saperlo, eravamo ancora davvero giovani.
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