Licata, la squadra di terra che sfidò il calcio dei ricchi
Dal sogno di Zeman alla promozione di Cerantola, fino alla Serie B vissuta da protagonista: storia di un miracolo siciliano che ancora oggi sembra impossibile
C’è stato un momento in cui il calcio italiano ha perso per un attimo il controllo delle sue gerarchie. Non è successo a Milano, né a Torino, né a Roma. È successo a Licata, una città affacciata sul mare, dove il vento porta l’odore del sale e il calcio si giocava sulla terra. Non è una metafora: terra vera, dura, irregolare, che alzava polvere a ogni passo e trasformava ogni partita in qualcosa di fisico, quasi primitivo.
Il Dino Liotta non era solo uno stadio. Era un luogo dove il calcio smetteva di essere spettacolo e tornava a essere appartenenza. I tifosi non occupavano solo le tribune: si arrampicavano sui balconi, si stringevano ovunque ci fosse spazio, trasformando ogni partita in un fatto collettivo. Il Licata non si guardava: si viveva.
In quel contesto, all’inizio degli anni Ottanta, arriva Zdeněk Zeman. Non è ancora il tecnico che il grande pubblico imparerà a conoscere. È un allenatore giovane, sconosciuto, ma con idee rigidissime. Vuole una squadra che attacchi sempre, che non si difenda mai davvero, che corra oltre il limite. Gli allenamenti sono massacranti, quasi incomprensibili per quei livelli. All’inizio sembrano eccessivi, poi diventano il segreto.
Zeman non porta subito il Licata dove arriverà qualche anno dopo. Ma fa qualcosa di più importante: gli cambia il destino. Nel 1984-85 la squadra vince la Serie C2 e sale in C1. È il primo segnale che qualcosa di diverso sta succedendo. Non è solo una promozione: è una dichiarazione. Il Licata non vuole adattarsi. Vuole esistere a modo suo.
E soprattutto vuole farlo con la sua gente.
Nasce così quella definizione che ancora oggi racconta meglio di ogni altra cosa quella squadra: la “nazionale siciliana”. Non è una regola scritta, ma una realtà evidente. In campo ci sono Giacomarro, Modica, Consagra, Campanella, Romano, Taormina, Ignoffo. Ragazzi cresciuti nella stessa terra, con lo stesso accento, la stessa cultura. E poi c’è lui, quasi un personaggio da romanzo: Antonio Maurizio Schillaci, il cugino di Totò, talento puro e fragile, uno di quelli che accendono il gioco senza mai diventare davvero sistema.
Il paragone con l’Athletic Bilbao viene naturale. Anche lì si gioca per identità, per appartenenza. Ma mentre Bilbao è una struttura solida, storica, quasi istituzionale, il Licata è un’esplosione improvvisa. Non nasce per durare. Nasce perché succede.
Zeman, però, a un certo punto se ne va. E qui la storia potrebbe finire, come tante altre. Invece continua. Perché il Licata non era solo un allenatore. Era un’idea che ormai camminava da sola.
A raccoglierla è Aldo Cerantola, l’uomo che spesso resta in secondo piano ma che firma il passaggio più importante: la promozione in Serie B. Con lui in panchina e con una società guidata dal presidente Franco Licata D’Andrea, il Licata completa il percorso. Non tradisce se stesso, non cambia identità. Continua a essere quella squadra sporca di terra e orgogliosa della propria origine.
Nel 1987-88 vince la Serie C1. E lo fa con uomini veri, riconoscibili: Campanella, Giacomarro, Modica, Romano, Tarantino. E soprattutto Francesco La Rosa, l’uomo dei gol, quello che trasforma il gioco in risultato. Non è una squadra costruita per salire. È una squadra che sale perché non può fare altro.
La Serie B, a quel punto, sembra un limite naturale. Un confine.
E invece diventa un’altra storia.
Il Licata parte male, fatica, sembra fuori posto. Poi cambia allenatore, arriva Scorsa, e lentamente prende ritmo. Non rinnega nulla. Non si chiude. Non abbassa la testa. Continua a giocare come sa.
E alla fine succede qualcosa che ancora oggi sembra irreale:
il Licata chiude nono.
Non una salvezza qualsiasi. Una presenza vera. Una squadra di provincia che entra nella parte alta della classifica e ci resta.
Ci sono immagini che spiegano meglio di qualsiasi classifica. Una è quella della partita contro il AC Milan di Arrigo Sacchi. Da una parte la squadra che sta cambiando il calcio europeo. Dall’altra il Licata, con la sua storia improbabile. Finisce 2-0 per il Milan, ma la distanza reale sembra più corta di quanto dica il risultato.
Un’altra è il derby contro il Messina, quando segna due volte Salvatore Schillaci. Da una parte Totò, destinato a diventare un eroe mondiale. Dall’altra il Licata, che porta ancora dentro il nome di famiglia attraverso Maurizio. È la Sicilia che si racconta da sola.
Ma ogni storia ha un tempo. E quello del Licata, lentamente, finisce.
La seconda stagione in Serie B è più dura. Le energie calano, l’equilibrio si rompe. Arriva la retrocessione. Non è un crollo improvviso, è un ritorno alla realtà. Come se il sogno avesse semplicemente esaurito la sua corsa.
Eppure, quello che resta è più forte della fine.
Il Licata non ha lasciato trofei. Non ha lasciato titoli.
Ha lasciato qualcosa di più raro.Ha lasciato l’idea che il calcio possa ancora appartenere a un luogo.
Che una squadra possa essere davvero la propria terra.
Che undici giocatori possano diventare qualcosa di più grande della somma dei loro nomi.
Prima dei grandi stadi, prima dei milioni, prima di tutto…
c’è stato Licata.
E per un attimo, su un campo di terra battuta,
il calcio è stato qualcosa di irripetibile.
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