Italia, fuori per la terza volta: il calcio che abbiamo perso per strada
È successo ancora. L’Italia resta fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva, eliminata dalla Bosnia ed Erzegovina. E a questo punto non è più nemmeno una sorpresa, che è forse la cosa più grave. Ci siamo abituati. Abbiamo trasformato l’eccezione in abitudine, il fallimento in analisi televisiva, il disastro in dibattito tecnico. Si parlerà di moduli, di convocazioni, di errori individuali. Si farà il solito giro di opinioni, si cambierà qualcosa in superficie e si andrà avanti. Ma la verità è un’altra, ed è anche più scomoda: il problema non è la Nazionale, è il calcio che le sta sotto.
Per capire davvero cosa è successo bisogna tornare indietro, quando il calcio non era un progetto educativo ma una forma di vita quotidiana. Negli anni ’90 si giocava ovunque, e soprattutto si giocava sull’asfalto. L’asfalto era duro, irregolare, senza pietà, e proprio per questo era una scuola straordinaria. Se cadevi, ti facevi male sul serio, quindi imparavi a restare in piedi. Senza preparatori, senza esercizi specifici, sviluppavi equilibrio, coordinazione, controllo del corpo. Il pallone rimbalzava male e ti obbligava a dominarlo meglio. Gli spazi erano stretti e ti costringevano a pensare prima degli altri. Era un apprendimento naturale, continuo, feroce.
E poi c’era il tempo. Si giocava sempre. Due o tre ore al giorno anche quando c’era scuola, interi pomeriggi quando non c’era, fino a sera, fino a quando qualcuno ti chiamava dal balcone. Non c’era un inizio e una fine, non c’era un allenamento e una partita. C’era solo il gioco. E dentro quel gioco c’era tutto: tecnica, fisico, testa, personalità. Non c’erano ruoli, o meglio, c’erano tutti i ruoli. Si cambiava continuamente, si provava tutto, si sbagliava senza che nessuno ti correggesse ogni tre secondi. Era lì che nasceva il calciatore, non in un percorso programmato ma in una libertà totale.
Oggi abbiamo fatto esattamente l’opposto. Abbiamo costruito un sistema perfetto sulla carta e povero nella sostanza. Le scuole calcio sono diventate ambienti organizzati, efficienti, pieni di istruttori, metodologie, percorsi. Ma dentro questa organizzazione abbiamo tolto spazio all’imprevisto, all’errore, alla scoperta. I bambini vengono etichettati subito, indirizzati, corretti, spesso anche limitati. A otto anni c’è già chi è “difensore”, chi è “esterno”, chi è “regista”. A otto anni, quando dovrebbero solo correre dietro a un pallone e basta. E nel frattempo intorno cresce una pressione che non ha senso: genitori sugli spalti, risultati, tornei, aspettative. Tutto troppo presto.
E qui sta anche la nota polemica, perché non possiamo più far finta di niente: questo sistema fa comodo a tutti tranne che ai ragazzi. Fa comodo alle scuole calcio che vendono un servizio, fa comodo a c
hi deve dimostrare di avere un metodo, fa comodo a un movimento che preferisce l’ordine al talento perché l’ordine è più gestibile. Ma il calcio non è gestione, è espressione. E se soffochi l’espressione, alla fine ti ritrovi con giocatori corretti ma non decisivi, preparati ma non creativi, ordinati ma non forti davvero.
Negli anni ’90 nessuno pagava per giocare e nessuno ti diceva cosa dovevi diventare. Oggi si paga per entrare in un sistema che, troppo spesso, ti dice cosa non devi essere. E allora forse il punto non è chiedersi perché l’Italia non si qualifica più, ma perché abbiamo smesso di produrre giocatori che fanno la differenza. Perché il talento non è sparito, è stato semplicemente compresso dentro schemi troppo stretti.
Se c’è una strada per ripartire, ed è una strada lunga, passa da un’idea semplice: restituire il calcio ai bambini. Lasciarli liberi almeno fino ai 12 o 13 anni, farli giocare senza ruoli fissi, senza pressioni, senza l’ossessione della prestazione. Farli sbagliare, farli provare, farli crescere dentro il gioco e non dentro un sistema. Farli tornare, in qualche modo, su quell’asfalto che insegnava più di mille allenamenti.
Perché l’Italia non ha perso solo una qualificazione. Ha perso un modo di imparare il calcio. E finché non recupererà quello, continuerà a inseguire soluzioni complicate per un problema che, in fondo, è semplicissimo.
Fonte foto Virgilio sport
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