Thomas Hobbes è stato uno dei più influenti filosofi della modernità, teorico dello Stato come strumento necessario a garantire ordine e sicurezza. La sua opera più celebre, Leviatano, rappresenta una riflessione radicale sul rapporto tra libertà, paura e potere politico.

Eppure se si vuol conoscere bene il suo pensiero, c’è  un passaggio, quasi laterale, nella vita di Thomas Hobbes che, più di molti trattati, aiuta a comprendere il cuore della sua filosofia.

Hobbes racconta di essere venuto al mondo prematuro, “insieme alla paura”. Non è un vezzo autobiografico, né un artificio retorico. È, semmai, una confessione. Come se il filosofo inglese avesse voluto chiarire fin dall’inizio che il suo pensiero non nasce da una teoria dell’uomo, ma da una esperienza dell’uomo.

Nasce, per così dire, da una compagnia inevitabile.

Se prendiamo sul serio questa immagine — e dovremmo farlo — allora la costruzione del Leviatano smette di apparire come un esercizio astratto e si rivela per ciò che è: un tentativo di dare forma politica a una condizione esistenziale. Hobbes non immagina lo Stato. Lo invoca.

Perché prima dello Stato, ci dice, non c’è la libertà luminosa delle narrazioni idealistiche. C’è un’oscurità densa, continua, fatta di sospetto, di anticipazione del pericolo, di una tensione che non si scioglie mai. Non è tanto la violenza in sé a definire lo stato di natura, quanto la sua possibilità permanente. L’incertezza. Il fatto che ogni incontro possa trasformarsi in minaccia.

È qui che il nero prende forma.

Non come male morale, ma come condizione: ciò che non controlliamo, ciò che non possiamo prevedere, ciò che incombe anche quando non accade. Hobbes lo osserva senza indulgenza. E, soprattutto, senza illusioni. L’uomo non è progettato per vivere serenamente dentro questa dimensione. La sopporta, finché può. Poi cerca una via d’uscita.

E la via d’uscita è un artificio. Un patto. Una decisione collettiva: cedere una parte della propria libertà per guadagnare sicurezza. È il gesto fondativo della modernità politica.

Ma ogni gesto fondativo porta con sé un’ambivalenza.

Lo Stato nasce come luce — il bianco, potremmo dire — ma quella luce non è naturale. È costruita. È mantenuta. E, soprattutto, è fragile. Perché il nero non scompare. Si ritira. Cambia posizione. Si insinua altrove.

Non temiamo più soltanto l’altro uomo, come voleva Hobbes. Temiamo, sempre più spesso, che la struttura che dovrebbe proteggerci non sia in grado di farlo. O che lo faccia a un prezzo troppo alto. La paura si sposta: dal piano orizzontale a quello verticale. Dalla relazione tra individui al rapporto tra individuo e sistema.

È una mutazione silenziosa, ma decisiva.

Nel mondo contemporaneo, la promessa del bianco — ordine, sicurezza, stabilità — si è fatta più esigente. Gli Stati, le istituzioni, le architetture sovranazionali hanno ampliato il loro raggio d’azione. Hanno affinato strumenti, esteso controlli, costruito reti sempre più fitte. E lo hanno fatto, quasi sempre, in nome della protezione.

Ma ogni espansione porta con sé una domanda che raramente viene posta in modo esplicito: quanto nero siamo disposti a riconoscere senza chiedere che venga cancellato?

Perché il punto, forse, è proprio questo. La modernità ha coltivato l’idea — spesso implicita — che il progresso coincida con la progressiva eliminazione dell’ombra. Più diritto, più tecnica, più organizzazione, più previsione. Più bianco.

Eppure, a ben guardare, ogni tentativo di saturare lo spazio di luce produce nuove forme di oscurità. Non più caos originario, ma inquietudine sistemica. Non più violenza diffusa, ma sfiducia concentrata. Non più paura dell’altro, ma paura che il tutto non regga.

È una paura diversa. Più sofisticata. Più difficile da nominare.

Non si manifesta necessariamente con il conflitto aperto. Si insinua nei dubbi: nella percezione che le istituzioni non siano all’altezza delle promesse, che la giustizia sia diseguale, che la sicurezza sia selettiva, che il controllo ecceda la protezione. È la paura che il sogno del bianco — uno Stato capace di garantire ordine e libertà insieme — resti, in fondo, incompiuto.

In questo senso, Hobbes continua a parlarci, ma da una posizione che non è più sufficiente. Aveva ragione a vedere nella paura il punto di partenza. Ma forse non poteva prevedere che, una volta costruito il Leviatano, l’uomo avrebbe iniziato a guardarlo con lo stesso sentimento ambivalente con cui guardava l’altro uomo.

Non più solo protezione. Anche diffidenza.

Il Leviatano contemporaneo, del resto, non ha più un volto unico. Non è soltanto lo Stato sovrano. È anche l’insieme delle strutture che organizzano la nostra vita: tecnologia, sistemi informativi, reti di controllo, logiche di mercato, apparati burocratici. Non si limita a imporre. Integra, orienta, prevede. E in questa capacità di anticipazione si gioca una nuova forma di potere, meno visibile, ma non meno incisiva.

È qui che la metafora del gemello torna a imporsi.

La paura non è stata superata. È stata raffinata.

E allora la questione politica, oggi, non può più essere formulata nei termini classici di Hobbes — libertà contro sicurezza — perché il rischio è di rimanere intrappolati in una falsa alternativa. Il punto non è scegliere tra bianco e nero, ma comprendere che entrambi sono condizioni della nostra esistenza collettiva.

Una società interamente bianca, priva di rischio, completamente regolata, sarebbe probabilmente stabile, ma difficilmente libera. Una società dominata dal nero, abbandonata all’incertezza, sarebbe forse autentica, ma difficilmente vivibile.

La politica, nella sua forma più alta, non elimina questa tensione. La governa.

Questo significa accettare che la paura non può essere il fondamento permanente della legittimazione del potere. Che non può essere utilizzata come leva continua per ottenere consenso o obbedienza. Che ogni richiesta di sacrificio della libertà in nome della sicurezza deve essere circoscritta, motivata, verificabile.

Ma significa anche riconoscere che la libertà, senza una quota di rischio, si svuota. Diventa un’astrazione. Una formula.

Forse, allora, il vero superamento di Hobbes non consiste nel negarlo, ma nel portarlo alle sue conseguenze estreme. Accettare che siamo nati, tutti, con quel gemello. E che nessuna architettura politica potrà mai separarcene del tutto.

Il compito dello Stato non è eliminarlo. È impedire che diventi sovrano.

Perché quando la paura governa — apertamente o in modo sotterraneo — la libertà non scompare subito. Si restringe. Si adatta. Si giustifica. Fino a quando non smette di essere percepita come un valore irrinunciabile.

E a quel punto, il bianco non è più luce. È solo superficie.

Hobbes, forse, lo aveva intuito. Ma non poteva dirlo fino in fondo. Oggi possiamo farlo noi.