Maschere pubbliche, fratture private: Pirandello nell’epoca dell’esposizione totale
C’è una linea sottile che unisce la provincia siciliana di inizio Novecento ai feed dei nostri
smartphone.
È la linea della maschera. Luigi Pirandello l’aveva individuata con una precisione quasi
clinica: l’uomo non coincide mai del tutto con l’immagine che offre al mondo. È scisso,
moltiplicato, spesso inconsapevole della distanza tra ciò che appare e ciò che è.
Nel romanzo Uno, nessuno e centomila, Vitangelo Moscarda – giovane borghese, figlio
di un banchiere, integrato e rispettabile – scopre per caso che il suo naso pende
leggermente. Da quel dettaglio si innesca un effetto domino: se l’immagine che ha di sé
non coincide con quella degli altri, allora non è “uno”.
È “centomila”, tante quante sono le percezioni che lo definiscono. E alla fine è “nessuno”,
perché nessuna di quelle definizioni esaurisce la sua identità.
Pirandello non si limita a descrivere un disagio psicologico. Costruisce una vera e propria
diagnosi sociale: la convivenza impone ruoli, e i ruoli irrigidiscono la vita.
L’individuo si cristallizza in una forma che non coincide con il flusso interno dei suoi
pensieri, desideri, contraddizioni.
Questa frattura emerge con forza anche nella novella La carriola.
Il protagonista è un avvocato di irreprensibile reputazione. Professionista serio, padre di
famiglia, stimato nell’ambiente.
Durante un viaggio in treno, tuttavia, ha un’intuizione improvvisa: si vede dall’esterno,
come se fosse un estraneo.
Comprende di essere prigioniero della propria immagine sociale.
Non può scardinarla, non può abbandonarla: sarebbe uno scandalo, una rovina.
Sotto il profilo psicoanalitico, l'avvocato incarna il dramma di un "Io" che è stato
completamente colonizzato dal Super-io.
La sua identità non è altro che l'insieme dei doveri, delle aspettative e delle norme morali
che la società e la famiglia gli hanno cucito addosso.
La sua vita non scorre, è "fissata". E allora compie un gesto segreto, apparentemente
assurdo.
Nel chiuso del suo studio, quando nessuno lo osserva, prende il cane per le zampe
posteriori e lo fa camminare come una carriola.
È un atto infantile, grottesco, quasi ridicolo. Ma è soprattutto una valvola di
decompressione. Un micro-sabotaggio dell’identità pubblica. Un momento di gioco puro e
"inutile" che rompe la catena del dovere.
È una regressione liberatoria: dà sfogo all'Es, a quella parte istintuale e anarchica che la
"forma" di avvocato ha tentato di soffocare.
Un modo per ricordarsi che sotto la toga, sotto la reputazione, esiste un impulso vitale non
addomesticato. Pirandello ci sta dicendo che la rispettabilità è una costruzione fragile.
E che più è solida in superficie, più può nascondere tensioni sotterranee.
Il tema dell'identità fittizia trova un'ulteriore e profetica declinazione ne Il fu Mattia Pascal.
Mattia, creduto morto, tenta di reinventarsi come Adriano Meis, cercando una libertà
assoluta svincolata dal passato. Tuttavia, scopre presto che un uomo senza "stato civile",
senza documenti e senza legami riconosciuti dalla società, è un'ombra: non può
denunciare un furto, non può sposarsi, non può esistere legalmente.
Se proiettiamo questa parabola sulle interazioni moderne, il paradosso di Mattia Pascal
illumina la nostra condizione digitale. Sui social network, ognuno di noi è un potenziale
Adriano Meis: creiamo profili che sono "seconde vite", avatar di noi stessi in cui cerchiamo
di emendare i difetti della nostra esistenza reale. Ma come accade a Pascal, questa libertà
è illusoria.
L'interazione moderna ci costringe a una "morte civile" digitale se non aderiamo alle regole
della piattaforma: chi non è presente online, chi non ha un profilo attivo, rischia di
diventare un'ombra nel tessuto sociale contemporaneo.
Siamo incastrati tra il desiderio di fuggire dalla nostra vecchia identità (Mattia) e la
necessità di costruirne una nuova (Adriano) che però, per essere efficace, deve essere
accettata, validata e archiviata dagli altri.
Oggi questa dinamica è amplificata. I social network hanno trasformato la maschera in
infrastruttura permanente.
Ognuno di noi cura il proprio posizionamento: seleziona immagini, opinioni, indignazioni,
successi.
La reputazione non è più solo locale, ma globale.
L’identità pubblica è monitorata, archiviata, condivisa.
Il problema non è la maschera in sé.
È l’illusione di coincidere completamente con essa.
Quando l’immagine pubblica diventa asset strategico, quando la reputazione è capitale
simbolico, la pressione a mantenerla integra cresce in modo esponenziale.
Qui il rischio non è soltanto l’ipocrisia. È la dissociazione.
Quando la distanza tra ciò che mostriamo e ciò che siamo diventa eccessiva, si crea una
tensione che può generare comportamenti compensativi, doppi standard, vite parallele.
Per proteggere la nostra "forma" digitale, finiamo per scinderci in compartimenti stagni.
L’apparente solidità della reputazione può convivere con zone d’ombra profonde, poiché
tutto ciò che non trova spazio nella proiezione ottimizzata cerca sfogo altrove, spesso in
modalità meno innocue di una carriola.
Pirandello aveva intuito che l’uomo non è mai totalmente visibile. Nei sogni, per esempio,
incontriamo persone che sembrano esterne ma che in realtà rappresentano parti di noi:
desideri repressi, paure, sensi di colpa.
Anche l’inconscio è popolato da “centomila” figure.
L’io è un teatro. Nel contesto attuale, questo teatro si è esteso. Non solo siamo
“centomila” per gli altri, ma siamo “centomila” anche online: professionali su una
piattaforma, ironici su un’altra, indignati altrove.
Ogni contesto richiede una versione di noi stessi. La frammentazione è sistemica.
Sorge però un dubbio profondo: se l’uomo vive da millenni, era più felice prima? Forse
la felicità dell’uomo era intimamente legata al suo rapporto con la natura a 360 gradi. Per
millenni abbiamo vissuto immersi in cicli biologici e leggi naturali che dettavano un ritmo
organico.
Oggi che la stessa natura e le sue leggi sono modificate e manipolate dall’uomo stesso
attraverso la tecnica, forse l’uomo ha meno piaceri autentici.
La nostra felicità è diventata "liquida", per usare il termine di Zygmunt Bauman: una
ricerca incessante di stimoli nuovi e precari, dove la maschera non è più di gesso ma di
cristallo liquido, costretta a cambiare continuamente per non restare esclusa dalla velocità
della modernità liquida.
Ma quando siamo felici, che maschera abbiamo? Oppure siamo felici solo senza
maschera?
Se per Pirandello la "forma" è il contrario della "vita", la felicità dovrebbe essere l'assenza
di maschere. Eppure l'uomo moderno sembra aver smarrito la capacità di vivere senza
filtri.
La felicità millenaria legata alla terra e ai sensi è stata sostituita da una performance
continua.
Forse la vera felicità risiede nella libertà di poter cambiare maschera senza diventarne
schiavi, o nel coraggio di ritagliarsi — come l'avvocato della Carriola — momenti di verità
non filtrata.
Pirandello non offre soluzioni facili.
Moscarda sceglie di sottrarsi, rinunciando alla forma per farsi pietra o albero, cercando un
ricongiungimento con quella natura primordiale.
L’avvocato si accontenta di un gesto clandestino per non impazzire. Mattia Pascal finisce
per portare i fiori sulla propria tomba, accettando di essere "il fu", un testimone della
propria stessa assenza.
Noi, immersi in un ecosistema di esposizione continua, non possiamo semplicemente
uscire di scena. Ma possiamo recuperare consapevolezza. Sapere che ogni identità è
costruita. Che ogni immagine è parziale. Che dietro la maschera digitale – nostra e altrui –
esiste una complessità che non si lascia ridurre a una biografia o a un profilo.
Pirandello ci consegna una lezione ancora operativa: diffidare delle identità troppo
compatte, delle reputazioni senza crepe, delle vite perfettamente coerenti. Perché l’uomo,
ieri come oggi, resta irriducibilmente plurale. Uno per necessità, centomila per relazione,
talvolta nessuno quando la maschera diventa più reale della vita.
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