Temu, Amazon e l’Europa a due velocità: se la dogana diventa una tassa sul ceto

C’è una scena che ormai fa parte della quotidianità di milioni di europei: un acquisto online di pochi euro, spesso sotto i trenta, talvolta sotto i venti.

Un oggetto comprato per necessità o per piccola gratificazione.

Quel pacco oggi arriva senza dazi, grazie a una vecchia franchigia nata per snellire la burocrazia.

Ma il conto alla rovescia è iniziato: dal 1° luglio 2026, ogni spedizione proveniente da piattaforme extra-UE che oggi sfugge alla dogana porterà con sé un costo fisso di 3 euro.

L’accordo raggiunto in sede europea non è solo una correzione tecnica delle tabelle doganali.

È una scelta politica che incide direttamente sulla distribuzione dei costi nel mercato e, soprattutto, su chi li paga.

L’introduzione di una “flat fee” di 3 euro su base fissa per gli acquisti fino a 150 euro non è una misura neutrale.

Per sua natura, è regressiva.

Se acquisto un gadget da dieci euro, tre euro di dazio rappresentano un rincaro del 30%.

Se acquisto un bene da cento euro, l’impatto scende al 3%.

Il risultato è matematicamente inequivocabile: la riforma colpisce con violenza chi effettua piccoli acquisti frequenti, ovvero quella fascia di consumatori che non può permettersi di accumulare grandi ordini o di accedere a beni di fascia alta.

In questo nuovo schema, chi ha meno capacità di spesa paga proporzionalmente di più.

La tassa non distingue tra l’acquisto voluttuario e quello necessario: distingue solo tra chi può anticipare capitale per diluire i costi di spedizione e chi no.

È una selezione per capacità finanziaria mascherata da protezione del mercato unico.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: perché questa severità viene applicata al modello “pacchi piccoli” di Temu e non alla struttura di potere di Amazon?

Perché il primo è trattato come un’anomalia da sanzionare, mentre il secondo è ormai percepito come l’architettura stessa del nostro commercio?

La risposta ufficiale è che Amazon non sfrutta sistematicamente l’esenzione sotto la soglia dei 150 euro, poiché spedisce gran parte della merce da magazzini europei.

Ma questa è una verità parziale che guarda alla forma e non alla sostanza del potere di mercato.

Il vantaggio competitivo di Amazon non risiede nel singolo dazio risparmiato, ma nella sua natura di gatekeeper: una piattaforma che controlla dati, logistica e visibilità, capace di assorbire margini ridotti grazie a un ecosistema di servizi che nessun produttore europeo può sognare di replicare.

Mentre contro Amazon l’Europa usa la spada lenta e complessa del Digital Markets Act, contro Temu e Shein ha scelto la via rapida della barriera doganale.

È più facile tassare il pacco alla frontiera che smantellare un monopolio tecnologico.

Più semplice agire sui flussi visibili che sulla struttura invisibile degli algoritmi.

Il rischio, però, è che il costo di questa asimmetria ricada esclusivamente sul consumatore più fragile.

Il cittadino vede un mercato in cui i grandi operatori restano dominanti, mentre l’acquisto quotidiano, piccolo e di basso costo, diventa un lusso gravato da una sovrattassa fissa.

È difficile riconoscere un principio di equità in una norma che punisce la micro-spesa.

L’Europa avrebbe potuto scegliere strade diverse, come una tassazione orizzontale sull’e-commerce che coinvolgesse anche i giganti interni, livellando davvero il campo da gioco.

Ha scelto invece la via del “protezionismo dei piccoli passi”: colpire ciò che è esterno e facilmente narrabile come “concorrenza sleale”.

Se l’Europa continuerà a regolamentare con forza solo dove il potere è emergente e con cautela dove il potere è già consolidato, finirà per alimentare una percezione di doppia morale.

Una concorrenza che si riequilibra colpendo indiscriminatamente ogni pacco sotto i 150 euro non è una concorrenza più giusta.

È solo una politica che scarica il peso della difesa del mercato su chi ha meno voce per protestare.

E, alla lunga, quel silenzio rischia di diventare il problema politico più grande per Bruxelles.
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