Un libro che ti ha fatto compagnia riempendoti, in maniera emozionalmente produttiva, le ore libere della giornata. Ed è questa l’impressione finale che percepisci appena letta l’ultima pagina del nuovo romanzo di Luana Paladino, “Gli struzzi”, un lavoro dove la trama sembrerebbe, a primo impatto, essere stata strutturata a tavolino tra analessi, ameni tour nei luoghi simbolo di una radiosa Catania e onirici dialoghi che afferiscono a una sorta di dostoevskiano “Delitto e Castigo” dopo aver attraversato un interiore “Processo” di kafkiana memoria.

Sì, sembrerebbe architettato a tavolino, ma alla fine capisci che è stato più il sentimento che la ragione a guidare la mano della scrittrice, rimodellando e ben descrivendo i personaggi della storia e alcuni stereotipi socioculturali legati alla propria terra, donando un’anima e mille emozioni ai primi e rendendo fruibili, incuriosendo chi non li conosce, i secondi; mentre i dettami del (suo) cuore ci hanno raccontato di speranze per un riscatto che può colmare anche vuoti morali derivanti da un’algida agiatezza economica e rimediare a stereotipate abiure causate da usurate e usuranti discriminazioni sociali. Tutto questo Luana lo fa in maniera “semplice”, grazie a un linguaggio che, lungi dall’arzigogolare in complessi o troppo aulici dialoghi, ti racconta di dure realtà per legami amorosi immaginari che si reggono su (due) architravi di esperienze dolorose. Ma anche pagine di spensierata quotidianità di giorni felici che, senza inutili sussulti, ti riportano indietro e avanti nel tempo tenendoti per mano per non rischiare di perdere il rapporto dialogico con il lettore. Il finale? Quello forse più auspicato, ma in ogni caso con più di una inaspettata variante a ciò che si possa immaginare succederà, finale che scoprirete solo leggendo questo viaggio che, in qualche modo, ci appartiene.