Quando avevo quattordici anni, nella mia stanza c’erano più fogli che libri.

Mia madre li raccoglieva ogni tanto, li impilava con una pazienza che oggi mi commuove e il giorno dopo li ritrovava nuovamente sparsi sul tavolo, sul letto, perfino sul pavimento. Erano appunti, ritagli di giornale, classifiche sportive copiate a mano, cronache di partite che non interessavano a nessuno e commenti politici che interessavano ancora meno. Se qualcuno mi avesse chiesto cosa stessi facendo, probabilmente avrei risposto che stavo scrivendo articoli. E lo avrei detto con la serietà con cui un bambino dichiara di voler fare l’astronauta.

La differenza è che io non sognavo di fare il giornalista. In un certo senso, avevo già cominciato a esserlo.

Non possedevo un tesserino, non conoscevo direttori, non avevo una redazione e non guadagnavo una lira. Avevo soltanto una curiosità che spesso mi rendeva più complicata la vita. Mentre gli altri ragazzi si accontentavano della notizia, io volevo sapere cosa ci fosse dietro. Se leggevo di una guerra, mi interessavano le ragioni che l’avevano provocata. Se ascoltavo un dibattito politico, cercavo di capire quali interessi si nascondessero dietro le dichiarazioni ufficiali. Se il Catania perdeva una partita, non mi bastava il risultato: volevo comprendere perché fosse successo.

A quattordici anni si dovrebbe avere il privilegio delle certezze. Io, invece, collezionavo domande.

Era una strana adolescenza, la mia. Non infelice, tutt’altro. Ma attraversata da una curiosità che mi spingeva continuamente fuori dal recinto delle cose semplici. Passavo pomeriggi interi a leggere quotidiani che molti adulti sfogliavano distrattamente. Ricordo ancora l’odore dell’inchiostro sulle dita, il rumore delle pagine girate in fretta e quella sensazione, difficile da spiegare, che provavo davanti a un articolo ben scritto. All’inizio era ammirazione: guardavo quelle firme come si guarda qualcosa di lontano, quasi irraggiungibile. Poi, lentamente, accadde qualcosa di diverso. In quelle parole cominciai a riconoscermi. Non desideravo più soltanto leggere quegli articoli: sentivo il bisogno di scriverli. Non volevo essere vicino al giornalismo, volevo farne parte. Fu allora che capii che non stavo inseguendo un sogno. Stavo riconoscendo me stesso.

I ragazzi della mia età avevano poster alle pareti. Io avevo pile di giornali. Alcuni conservati per una fotografia, altri per un titolo, altri ancora per un articolo che avevo letto e riletto fino quasi a impararlo a memoria. Non cercavo soltanto informazioni. Cercavo un modo di guardare il mondo. Senza rendermene conto, stavo imparando che ogni fatto ha almeno due versioni e che spesso quella più interessante è proprio quella che non compare nei titoli.

Passarono gli anni e arrivò il momento in cui vidi il mio nome stampato sotto un articolo. Non ricordo quasi nulla di quel pezzo. Ho dimenticato l’argomento, le parole utilizzate, perfino la data precisa. Ricordo però perfettamente la sensazione. Presi il giornale tra le mani e cercai la firma prima ancora di rileggere il testo. Quel nome era il mio e allo stesso tempo sembrava appartenere a qualcun altro. Per qualche secondo ebbi l’impressione che il ragazzo che riempiva quaderni nella sua stanza fosse riuscito ad attraversare una porta che fino al giorno prima sembrava chiusa.

Naturalmente non cambiò nulla. Il giorno dopo il mondo continuò a girare come sempre. Le persone continuarono a vivere le proprie vite senza sapere che un ragazzo aveva appena visto realizzarsi un piccolo sogno. Eppure, dentro di me, qualcosa era cambiato. Avevo scoperto che quelle pagine non erano soltanto un rifugio privato. Potevano diventare un ponte tra me e gli altri.

Per molti anni immaginai che quella sarebbe stata la mia strada. Non necessariamente una strada facile o prestigiosa. Non avevo fantasie da inviato di guerra né sogni di celebrità televisiva. Mi sarebbe bastata una scrivania, una macchina da scrivere e la possibilità di continuare a raccontare ciò che vedevo. Mi sembrava un progetto modesto e ragionevole. La vita, però, ha il vizio di non consultare mai i nostri programmi.

Così arrivarono gli studi, la professione, le responsabilità. Arrivarono gli anni in cui le giornate sembrano sempre troppo corte e le scelte diventano più concrete. A una certa età si scopre che i sogni devono fare i conti con i mutui, con le bollette, con le persone che dipendono da noi, con la necessità di costruire qualcosa di stabile. Non è una resa. È semplicemente la vita che chiede il suo tributo.

Per molto tempo pensai che il giornalismo fosse rimasto da qualche parte dietro di me, come una vecchia stazione ferroviaria vista dal finestrino di un treno in corsa. Ogni tanto tornava nei ricordi, ma apparteneva al passato. O almeno così credevo.

Poi accadde una cosa curiosa.

Continuai a scrivere.

Non per lavoro. Non per obbligo. Non perché qualcuno me lo chiedesse. Continuai a scrivere perché non riuscivo a smettere.

Scrivevo la sera, quando la casa diventava silenziosa. Scrivevo nei ritagli di tempo che riuscivo a strappare a giornate sempre più piene. Scrivevo durante i viaggi, nelle sale d’attesa, negli aeroporti, nei momenti in cui gli altri si limitavano ad aspettare e io, invece, prendevo appunti mentali. Scrivevo articoli che forse avrebbero letto in pochi. A volte nessuno. Eppure li scrivevo con la stessa attenzione che avevo messo nei quaderni dell’adolescenza.

Fu allora che compresi una verità che da ragazzo non avrei potuto capire.

Avevo sempre pensato che il giornalismo fosse una professione. In realtà era stato, prima di tutto, un modo di essere.

La differenza è sostanziale.

Una professione può cambiare. Una vocazione no.

Ci sono persone che osservano un fatto e passano oltre. Altre che ne discutono. Altre ancora che lo dimenticano dopo pochi minuti. Io ho sempre sentito il bisogno di fermarmi un momento in più. Di chiedermi perché. Di cercare collegamenti. Di capire cosa quel fatto raccontasse della società, delle persone, perfino di me stesso.

Con il tempo ho conosciuto giornalisti bravissimi e altri molto meno. Ho incontrato professionisti impeccabili e dilettanti straordinari. E questo mi ha insegnato che il giornalismo non coincide necessariamente con il tesserino che si porta nel portafoglio. Quello certifica una professione. Non uno sguardo.

Lo sguardo è un’altra cosa.

È quella curiosità che ti accompagna ovunque. È la tendenza a fare una domanda in più. È il bisogno di capire come le cose si tengano insieme. È la convinzione che dietro ogni storia ce ne sia sempre un’altra che merita di essere raccontata.

Oggi ho quarantasei anni. Scrivo da trentadue. Più della metà della mia vita. E quando ripenso a quel ragazzo che riempiva fogli nella sua stanza, non provo nostalgia. Provo gratitudine.

Perché molti sogni, crescendo, si trasformano in rimpianti.

Questo no.

Questo è diventato compagnia.

Mi accompagna ancora oggi quando apro un giornale, quando seguo un dibattito, quando osservo un cambiamento della società o semplicemente quando ascolto una storia raccontata da qualcuno. Da qualche parte, dentro di me, c’è ancora quel quattordicenne che prende appunti e cerca di capire.

Forse non sono diventato il giornalista che immaginavo allora. Forse la vita mi ha portato altrove. Ma a distanza di oltre trent’anni mi accorgo che la domanda iniziale era sbagliata. Non avrei dovuto chiedermi se sarei diventato un giornalista. Avrei dovuto chiedermi se avrei mai smesso di esserlo.

La risposta, oggi, la conosco.

No.

Perché si può cambiare lavoro. Si possono cambiare città, abitudini, prospettive. Si possono persino abbandonare sogni che sembravano indispensabili. Ma non si smette mai di essere ciò che si è nel profondo.

Io, nel profondo, sono ancora quel ragazzo che guardava il mondo e sentiva il bisogno di raccontarlo.

E forse è proprio qui che si nasconde il senso di tutti questi anni.

Non ho mai scritto per diventare qualcuno.

Ho scritto per capire chi fossi.

Perché, alla fine, la scrittura non è stata una scelta professionale. È stata una forma di esistenza.

Scrivo, quindi sono. E finché avrò qualcosa da raccontare, continuerò ad esistere anche sulla carta.