ELODIE, TRA ICONA POP E SEX SYMBOL: QUANDO IL SUCCESSO NON BASTA A PROTEGGERE DALLO SGUARDO INVASIVO
ELODIE, TRA ICONA POP E SEX SYMBOL: QUANDO IL SUCCESSO NON BASTA APROTEGGERE DALLO SGUARDO INVASIVO
Il caso esploso durante il concerto di Messina – quando Elodie ha interrotto la performance perfermare una ripresa ritenuta eccessivamente ravvicinata – apre un tema più ampio della semplicecronaca. Non riguarda solo l’episodio con un operatore accreditato, ma racconta il complessorapporto tra una performer che ha costruito un’identità forte e un pubblico che, in parte, faticaancora a interiorizzare il concetto di rispetto, soprattutto quando la protagonista è una donna cheincarna carisma, sensualità e autodeterminazione.
Negli ultimi anni Elodie si è affermata come uno dei brand personali più riconoscibili del mercatoitaliano: presenza scenica, estetica curata, linguaggio performativo a forte carica espressiva. Lasensualità è una leva della sua proposta artistica, un asset strategico e non un incidente dellanarrazione. Questo la porta spesso a essere letta come sex symbol, un’etichetta che amplificavisibilità e attenzione ma, allo stesso tempo, rende più fragile il perimetro di tutela percepita. È ilcontraltare di un personaggio che sa usare il corpo come strumento artistico: più è efficace, piùqualcuno ritiene – sbagliando – di avere un margine di accesso non richiesto.
La dinamica di Messina va inserita proprio in questo contesto: un telefono a pochi centimetri da unazona intima non è parte dello spettacolo né una naturale conseguenza del mestiere. È un’invasione.Eppure molti commenti hanno ribaltato la responsabilità: “Se si veste così, cosa pretende?” come sela scelta estetica fosse una delega implicita a sacrificare il proprio spazio personale, come se l’outfitinvalidasse il diritto al rispetto.
È un corto circuito culturale già visto: ogni anno celebriamo la Giornata della Donna, riempiamo lecronache di buoni propositi, organizziamo campagne contro la violenza di genere. Poi però, nellapratica quotidiana, ammettiamo ancora letture che normalizzano l’invasività e trasformano le donnein soggetti condizionati dal proprio abbigliamento o dalla propria corporeità.
Il paradosso sta tutto qui: il rispetto per una donna continua a essere percepito come condizionale.Vale se non “provoca”, se non è troppo sensuale, se rientra in parametri rassicuranti per lo sguardoesterno. Nel caso di Elodie, il lavoro di performer viene filtrato da categorie moralistiche che nonapplichiamo ai colleghi uomini, consolidando una narrazione distorta in cui professionalità esensualità non possono coesistere senza penalizzazioni.
L’episodio non è solo un incidente isolato: è un indicatore. Dimostra quanto sia ancora distante unacultura del rispetto autentico, non celebrativo. Una cultura in cui una donna possa essere sensualesenza essere giudicata, professionale senza essere colpevolizzata, visibile senza essere trattata come“disponibile”. La strada è ancora lunga, e casi come questo lo evidenziano con chiarezza.
Fonte foto Virgilio.it
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